Autonomia: che fare?

Quest'articolo fa seguito all'incontro Dalle parole... ai campi! Ri-prendi in mano la tua vita! e ne sviluppa i temi, ivi compresi quelli di indirizzo più pratico.

 

Autonomia: perché?

 

Come si può facilmente intuire dal titolo dell'incontro, nonché da quelli che l'hanno preceduto, punto focale del discorso è la ricerca dell'autonomia ovvero, per dirla come un dizionario, la facoltà di governarsi da sé sia a livello individuale che di gruppo.

 

Che noi non si sia autonomi e si sia, anzi, costantemente, quasi ad ogni respiro, soggettissimi a tutto un colossale meccanismo di riduzione dell'autonomia sia personale che collettiva dovrebbe essere talmente evidente da rendere superfluo ogni approfondimento! Ma, in genere, questa riduzione sostanziale dell'autonomia diventa talmente naturale, la si assimila talmente in profondità nei propri schemi mentali costruiti fin dall'infanzia, che non se ne vedono possibili che marginali aggiustamenti, rendendoci sostanzialmente e volontariamente succubi come quasi mezzo millennio fa ci indicava Étienne de La Boétie nel suo Discorso sulla servitù volontaria. Schiavi

 

Occasionalmente, comunque, nelle persone partono come dei moti di rivolta a questa situazione, per i motivi più disparati - un'indole particolarmente indomita, piuttosto che chissà quale evento della propria vita che è stato come la classica goccia che fa traboccare il vaso -.

Chi vi scrive pensa di riconoscere i motivi proprio nella propria indole, piuttosto che nella nausea progressivamente sempre più insopportabile di un mondo sostanzialmente sbagliato, con l'arricchimento dato dall'approfondimento teorico/pratico del movimento libertario che fa dell'autonomia uno dei valori massimi, a patto che non diventi compressione dell'autonomia altrui, ma anzi un'opportunità di crescita reciproca e di incontro solidale ed equo (e, fatto mai abbastanza sottolineato, coerente).

 

Ma da dove si può ripartire, nel concreto, per ricercare, magari anzi proprio conquistare l'autonomia? E, inoltre, può essere una conquista totale o sarà sempre, necessariamente, parziale?

 

Chi controlla la terra, controlla la vita

 

Il punto di partenza verso l'autonomia può essere l'autosufficienza per quanto riguarda le funzioni essenziali del nostro vivere e, innanzitutto, l'autosufficienza alimentare, l'essere in grado cioè di sussistere in salute e stabilmente con le proprie capacità, con le proprie risorse.

 

Faccio qui un inciso per spiegare il corsivo di stabilmente.

Non va infatti assolutamente ignorato come la riduzione dell'autonomia sia un atto progressivo, continuo e soprattutto voluto, imposto nei millenni dai poteri forti (molto più anonimi di qualsivoglia ipotetico congiurato in salsa New World Order, ma proprio per questo ancora più pericolosi, in quanto elementi strutturali della nostra società), con momenti di forte accelerazione indotta dalle potenzialità offerte per il controllo dalle tecnologie sempre più avanzate.

Le sacche di autonomia rimaste a disposizione sono permesse dalle tecnologie di controllo ancora non totali, nonché soprattutto dalle resistenze in atto ad ogni livello - sia infrasistemiche che extrasistemiche - che in qualche modo inceppano pur tra molte contraddizioni il processo di erosione.Filo spinato

Tuttavia queste sacche non sono permanenti: soprattutto quando acquistano eccessiva visibilità, oppure quando gli strumenti di controllo diventano più performanti, oppure ancora quando la resistenza per difenderle viene meno... la sacca, puff, sparisce oppure viene normalizzata. E questa sacca potrebbe proprio essere l'autosufficienza alimentare, che oggi ci potrebbe ancora essere permessa e che in qualche modo, una volta conseguita, dovremmo difendere con le unghie e con i denti. Ci son casi recenti che, sebbene non così drammatici come temuto inizialmente, indicano con chiarezza il trend e potrebbero essere anticipazioni di quanto tiene in serbo il futuro.

 

Uno degli elementi di resistenza più notevoli è quello relazionale, l'essere, il sentirsi in una comunità cioè, che ci rende più forti e resilienti nei confronti delle pressioni che subiamo anche inconsapevolmente per rubarci autonomia frammentandoci in atomi individuali meglio dominabili.

La controindicazione di una comunità che è in grado di essere alimentarmente autosufficiente è di essere molto più visibile e quindi pericolosa rispetto ad un singolo individuo che, isolandosi da tutto e da tutti, riesce a ritagliarsi il proprio innocuo sacchetto di autonomia: finendo, al più, per essere considerato come un'eccentrica e trascurabile deviazione dalla norma, se troppo fastidioso da emarginare ed occasionalmente da malmenare - specialmente da quei sudditi che nutrono un'inconscia invidia per chi è libero, si vedano i casi in cui i cosiddetti barboni vengono picchiati, bruciati, uccisi -.

Ciononostante, una comunità abbastanza attenta, previdente e fluida dovrebbe comunque avere maggiori opportunità iniziali e poi essere in grado di reggere meglio gli urti e di essere punto iniziale dello sviluppo di un rete di sostegno e resistenza ancora più ampia, ancorché meno direttamente coinvolta: ma, ad un certo punto, è anche importante far semplicemente numero.

 

Tornando a focalizzarci sul tema autosufficienza alimentare come elemento fondamentale per una vera autonomia, lascio solo intuire come da questa possano originarsi altre forme di autosufficienza, ognuna delle quali un mattone in più nella costruzione dell'autonomia, ovvero le autosufficienze: lavorativa; energetica; abitativa; educativa; sanitaria; affettiva; ecc.

Non è detto che ognuna di queste conseguenze sia immediatamente chiara, men che meno a chi scrive! Tuttavia, per esemplificare, faccio presente come l'essere integralmente autosufficienti alimentarmente potrebbe facilmente rendere possibile, se corredata dall'accettazione di una certa frugalità o, per meglio dire, della riduzione consistente del superfluo, la rinuncia ad un lavoro tradizionale, magari da dipendente, per optare invece per un lavoro autonomo, per esempio direttamente correlata alla produzione dei prodotti agricoli ed alla loro trasformazione; per poi eventualmente, se se ne realizzano le condizioni e si perseguita nelle riflessioni, provare anche a spingersi un po' più in la ed iniziare a rivedere il modo stesso in cui si concepisce il lavoro.

 

Inoltre, perché limitarsi ad un ambiente chiuso? So bene che vi è un'inesauribile ritrosia ad ammettere che il commercio può aver la propria ragion d'essere e la condivido anche io, finché si rimane all'interno dell'ordine di idee abituale. Provando ad uscirne, ad esempio ipotizzando economie del dono piuttosto che scambi equi e mantenuti tali da degli importanti correttivi di fiducia e conoscenza reciproca, l'idea di aprirsi cum grano salis in una relazione con l'esterno che non pregiudichi la propria autonomia anche in caso di una qualche autosufficienza imperfetta (quella, che so, di materiale edile) diventa totalmente possibile, sia nei confronti di altre omologhe sacche di autonomia che del più ampio giro di amicizie non coinvolte che anche, con le dovute precauzioni, con i meccanismi socio-politico-economici tradizionali.

 

Oltretutto autonomia non è affatto sinonimo di isolamento, di eremitaggio! Possiamo essere spinti a pensarlo dal contesto, nonché dalle abitudini consolidate, ma in realtà la possibilità di governarsi da sé, ponendosi fianco a fianco ad un vicino che è analogamente in grado di autogovernarsi, è assolutamente reale: semplicemente, per essere stabile e completa, penso proprio che questa coesistenza nelle rispettive autonomie dovrebbe sfruttare quei principi di sano buon senso come il non prevaricare l'uno sull'altro, darsi una mano a vicenda, rispettarsi, essere onesti ed in grado di dialogare senza violenza cercando di trovare le soluzioni migliori per tutte, anche a costo di rinunciare a qualcosina per il bene comune, ecc... Il problema è che nessuno di questi principi è soddisfatto abitualmente!

 

Comunque, che il controllo della terra significhi il controllo della vita stessa dovrebbe essere evidente come il sole di giorno: tutta la nostra storia è contraddistinta dalla notte dei tempi nel tentativo di controllo della terra, cioè della fonte primaria di cibo, a volte cruentemente con la forza esplicita delle armi, altre volte con la forza solo appena appena meno violenta delle leggi, alcune altre volte con quell'altra violenza che è l'appropriazione massiva di terra per via economica, vedasi per esempio il land grabbing.

 

Insomma... vogliamo controllare la nostra vita? Bene, riprendiamoci il controllo della terra ed evitiamo che altri lo facciano al posto nostro!

 

TAZ vs (P)AZ?

 

Una persona attenta si chiederà a questo punto se c'è qualche legame tra ciò che ho scritto con le Zone Temporaneamente Autonome (TAZ) descritte da Hakim Bey: eh, bè, certo che sì! Così come c'è un evidente legame con quei laboratori d'utopia, comunità autonome statunitensi nel XIX secolo e spessissimo davvero effimere descritte nella ricerca storica di Ronald Creagh.

 

La differenza sostanziale è che, in virtù di un'età diversa (e non più così giovanile da potersi permettere con facilità totali disfatte avendo tempo ed energie per ricominciare da capo), per scelte di essere sì in contraddizione radicale con la sottrazione di autonomia, ma scivolando attorno alle situazioni di scontro totale e frontale in cui avrei sicuramente la peggio, svariate riflessioni sul contesto in cui viviamo ora (primo quarto del XXI secolo) e qui (Padova, nord-est dell'Italia, Europa, Terra), più ovviamente attitudini personali e insicurezze, paure varie, mi farebbe propendere per una Zona (Permanentemente) Autonoma, una (P)AZ giusto per renderla come acronimo. Il motivo per cui permanentemente è posto tra parentesi dovrebbe essere immediatamente ovvio: non è altro che quel stabilmente discusso nella sua instabilità sopra!

 

Catene rotteCi sono un'infinità di gradazioni diverse di (P)AZ e, tutte, sistematicamente incomplete nel grado di autonomia possibile: viste le pressioni e la capacità di intrusione della società, credo che una (P)AZ totale e a questo punto pressoché permanente potrebbe essere solo una colonia spaziale autosufficiente... Ma qui si scivola evidentemente nella fantascienza (che, pure, spesso ha riflettuto con sorprendente profondità su temi contemporanei, traslandoli in un mondo futuro).

Tornando sul pianeta Terra, le comuni agricole, gli ecovillaggi, finanche i cohousing, quegli ambienti cioè in cui in gradazioni diverse sia di pratica che di consapevolezza e di prospettive si sperimentano (nuovi) stili di vita e che son stati oggetto degli incontri precedenti, possono essere considerate per l'appunto delle (P)AZ: in forma più evidente e meno incompleta nelle prime che, non a caso, son tra le varie formulazioni le vere destinatarie delle mie simpatie.

 

Però, però, bisogna ricordare una cosa: per essere permanenti, stabili nella ricerca dell'autonomia, bisogna essere forti e con le spalle ben coperte! e saperlo anche essere nel tempo, senza l'angoscia di un domani più incerto di quanto già non sia e permettendosi quindi di vedere più generazioni di frutti andare a seme, ciclo dopo ciclo.

Come si fa, in questo mondo, ad essere forti? Come detto, bisognerebbe essere in tanti, una folta e coesa comunità: ma alla fine, devo dire, credo che l'unica opzione realmente agibile qui ed ora sia solo quella del prendere il controllo della fettina di terra necessaria per essere autosufficienti alimentarmente (anzi, un po' di più) scendendo a quel terribile compromesso che è l'acquisto di un terreno agricolo.

 

Ed il terreno agricolo, qui ed ora, costa alquanto! Un ettaro di terreno agricolo in pianura, una superficie che stando ad alcuni calcoli passati dovrebbe essere quella necessaria per l'autosufficienza alimentare, lavorativa ed abitativa di una persona, più qualche minimo surplus, a seconda della tipologia e della posizione ha un costo compreso approssimativamente tra i 50.000 ed i 100.000 €: un'infinità di soldi, specialmente per quei tanti che non hanno risorse, che non hanno un lavoro stabile, che fan fatica ad arrivare a fine mese... che sono (sembrano) essere costretti all'impossibilità permanente ad anche solo provare ad essere autonomi.

 

Un po' di teoria sulla pratica...

 

Cosa potrebbe accadere qualora si provassero a mescolare insieme e con creatività tre esperienze diverse, quali Urupia, Arvaia e Iris Bio? Per esempio, si potrebbe ottenere una forte, convinta e radicale spinta verso un'autonomia non impositiva e che quindi non corre il pericolo di tramutarsi a propria volta in sottrazione dell'altrui autonomia, insieme ad una folta rete relazionale in grado di assicurare resilienza (nonché maggiori risorse complessive in epoca di dominio del vil denaro), unite ambedue a delle solidissime e fondamentali competenze in campo agricolo (ah, quanto pericolosa è l'improvvisazione!).

 

Mantenendo, quindi, come obiettivo a lungo termine il suddetto, forse utopico, conseguimento della completa autonomia, considerandolo quasi come un faro che ci permette di tracciare in sicurezza la rotta, si potrebbe partire con decisione proprio verso quella base che è l'autosufficienza alimentare con un acquisto collettivo di un terreno, il cui costo verrebbe suddiviso tra un numero notevole di persone e col supporto di adeguate conoscenze del mestiere.Fattoria pacifica

 

Immaginiamo, come abbozzatissima ipotesi di lavoro (e semplificando di sicuro i conti, ché ometto costi quali quelli della burocrazia, del costo del lavoro, delle tasse assortite, ecc.), di essere parte di un gruppo di otto (8) persone, unito in una cooperativa e deciso ad acquistare un terreno agricolo di circa otto (8) ettari ad un costo di circa 800.000 € per poter arrivare all'autosufficienza alimentare, prima, e poi proseguire verso un'autonomia più completa con tutte le varie autosufficienze da conquistare poco a poco. Degli otto coinvolti, due hanno delle ottime e comprovate conoscenze in campo agricolo.

Nessuno, però, dispone di tutto quell'ammontare di soldi richiesti (e la famosa eredità dello zio sconosciuto americano non è preventivabile), anzi peggio che peggio nessuno dispone della propria teorica quota pro-capite, ovvero 100.000 €. Si vuole anche evitare il ricorso a finanziamenti da parte delle istituzioni, pure quelli agevolati, per non parlare poi di ipotesi quali mutui bancari ecc.

Che fare? Una soluzione è per esempio l'aprirsi ad una collaborazione molto più ampia, alle molto più numerose persone interessate più semplicemente alla quasi-autosufficienza od integrazione alimentare per motivi economici, salutistici, etici, di divertimento, ecc.

Si potrebbe suddividere ogni ettaro in dieci lotti di 750+250 m², assegnati per dieci anni, ognuno dei quali per una quota iniziale di 10.000 € (pari a 1.000 € annui) che verranno poi eventualmente restituiti dalla cooperativa alla fine del periodo nella misura richiesta dai singoli soci (a parte 2500 € corrispondenti ai 250 m² che verranno in ogni caso rimborsati a tranche di 250 €/anno). Per tutti gli otto ettari sarebbero quindi necessari ottanta soci, che equamente si suddividono il terreno ognuno mettendo a disposizione una quantità di denaro ben più maneggevole rispetto ai 100.000 € altrimenti previsti a testa (per non parlare poi degli 800.000 € totali!). Oltretutto i pur molti 1000 €/anno per 750 m² utilizzabili direttamente e cioè 1,33 €/m² son ben di meno, a parità di superficie, rispetto a quanto richiede per esempio il Comune di Padova per i propri orti sociali, che per 30 m² richiede 50 €, ovvero 1,67 €/m².

Una superficie di 750 m² inizia ad essere una dimensione rispettabile per una persona sola non professionista, se la si coltiva per esempio ad ortaggi: per semplificare, possiamo immaginare che ogni socio non professionista sia in grado di intervenire direttamente su 250 m², mentre per i restanti 500 m² del proprio lotto potrebbe richiedere la collaborazione dei due fondatori esperti, a questo punto da considerare attivi a tempo pieno nella cooperativa agricola con il supporto degli altri sei fondatori meno esperti ed attivi a tempo parziale. Per la collaborazione richiesta, la cooperativa richiede un contributo pari a 0,5 €/m², ovvero 250 €/anno per ogni lotto (il che li renderebbe costosi 1250 €/anno, cioè quanto richiederebbe il Comune di Padova per la stessa superficie negli orti sociali!).

Tutto il prodotto dei primi 750 m² del lotto rimane comunque a disposizione del socio che ne è assegnatario, che potrebbe disporne sia per il proprio consumo personale che, eventualmente, per entrare insieme a tutta la cooperativa nei circuiti dei G.A.S., delle botteghe di vicinato, ecc., ricevendo una propria quota equa di quanto eventualmente guadagnato.

E per i restanti 250 m²? Bè, in quel caso tutta la produzione rimane alla cooperativa nel suo complesso, che disporrebbe quindi di due ettari completi per la propria attività.

Gli otto fondatori della cooperativa, durante i dieci anni iniziali, vivrebbero pure in una situazione di almeno quasi-autosufficienza alimentare. Due di loro, però, quelli già esperti, potrebbero già partire fin da subito sostanzialmente dedicando la pienezza del loro tempo alla cooperativa, con il proprio reddito ottenuto dai due ettari gestiti direttamente dalla cooperativa più il surplus ottenuto con i prodotti del proprio personale lotto; gli altri sei potrebbero nel frattempo avere il tempo sufficiente per far la pratica necessaria senza fare un salto nel vuoto e anzi riuscendo magari a regolarsi con dei lavori esterni tali da poterli ridurre poco a poco assicurandosi peraltro una fonte di reddito aggiuntiva rispetto al lavoro agricolo.

 

Alla fine dei dieci anni, supponendo che il 25% dei soci assegnatari scelga liberamente per una riduzione del proprio lotto a 500 m² e quindi la restituzione della metà della quota, che il 25% la richieda al 100% rinunciando in toto al proprio lotto, che un altro 25% scelga di scendere a lotti di 250 m² e che un restante 25% richieda invece di rimanere tale e quale e di non ridurre il proprio lotto, la cooperativa (se è stata previdente) non dovrebbe incontrare alcun problema nel rimborsare le quote come richiesto, cioè 300.000 € totali (più i rimanenti 2500 € a testa già rimborsati nel corso dei dieci anni, ma annullati dal contributo richiesto per la gestione).

 

Dopo dieci anni, la cooperativa potrebbe disporre pienamente di cinque ettari, con i rimanenti tre suddivisi in lotti non omogenei (250, 500, 750 m²) tra una sessantina di soci (inclusi gli otto fondatori).

 Haka All Blacks

Perfetto! Ma quanti vantaggi ci sarebbero, insomma?

 

Con questa formulazione un po' arzigogolata di agricoltura civica (si veda in particolare, nell'articolo linkato, la parte relativa all'agricoltura supportata dalla comunità, acronimo anglosassone CSA), ci sarebbero un tot di vantaggi!

 

Il primo, fondamentale, è che con un procedimento del genere verrebbe alquanto ridotto l'impegno economico che ogni persona, singolarmente, dovrebbe sostenere, riducendo in parti gestibili e maneggevoli cifre altrimenti insostenibili anche se affrontate in un piccolo gruppo.

 

Si eviterebbe il passaggio per meccanismi di finanziamento problematici, che aggiungerebbero per lungo tempo costrizioni anziché ridurle: si avrebbe, sostanzialmente, le mani più libere e, casomai, ce la si dovrebbe guardare con se stessi, con la comunità nel suo complesso anziché con un soggetto estraneo e tendenzialmente malevolo!

 

Sicuramente ogni socio avrebbe poi il vantaggio non solo di poter disporre dal proprio lotto cibo sano e magari autoprodotto, riducendo la spesa alimentare casalinga, usufruendo della competenza dei soci esperti in agricoltura come supporto, ma anche di integrare il proprio reddito anche con quel po' derivante dalla vendita del surplus. Inoltre, poiché nessun socio sarebbe isolato e occasioni relazionali in un contesto abbonderebbero (tra riunioni, feste, altre attività), ne risulterebbe arricchito soprattutto dalla dimensione propriamente umana.

 

I soci fondatori meno esperti potrebbero avvicinarsi con una certa gradualità all'agricoltura, senza compiere come detto un salto col trapezio senza rete di protezione. Mantenendo (anche se magari via via riducendole e scegliendo di precarizzarsi volontariamente) attività esterne, mentre al tempo stesso han riduzioni evidenti sulla spesa alimentare ed in più avrebbero, come tutti gli altri soci, quella piccola integrazione reddituale derivante dalla vendita del surplus del proprio lotto, possono inoltre prepararsi adeguatamente e con l'adeguata sicurezza allo scoccare dei primi dieci anni di vita, il momento di transizione in cui potrebbero compiere pure loro il passo.

I soci fondatori esperti, invece, potrebbero iniziare fin da subito con una piena autosufficienza lavorativa, ancorché cooperativa, con una sostanziale analoga sicurezza in quanto il loro lavoro non sarebbe integralmente caricato sulle loro spalle, ma sarebbe oggettivamente sostenuto da una comunità più ampia.

 

Passati dieci anni, ad ognuno degli otto fondatori, suddividendo in parti uguali i cinque ettari direttamente gestiti dalla cooperativa, più i 750 m² direttamente gestiti dai soci, spetterebbe l'analogo di 0,7 ettari: una superficie inferiore a quanto calcolato necessario per una piena autonomia, ma comunque superiore a quanto altrimenti avrebbero potuto acquisire all'inizio del percorso con i propri personali risparmi. E, inoltre, dopo dieci anni, non solo si sono come tutti i soci arricchiti di relazioni, non solo hanno consolidato le proprie competenze, ma anche potrebbero ritrovarsi nelle condizioni di valutare serenamente una piccola espansione delle proprietà della cooperativa, quegli ulteriori 2,4 ettari di terreno (30.000 € a testa, immaginando che non aumenti il costo del terreno) necessari per arrivare al fatidico ettaro.

 Dubbi

Perfetto! Ma ci sono problemi?

 

Ah, sì... ce ne sono un disastro! A cominciare dal fatto che questa è una pura e semplice simulazione: dove sono le ottanta persone, per esempio? e dove sono gli otto fondatori motivati a percorrere quanto più a fondo possibile il percorso verso l'autonomia, dove sono gli otto ettari?

 

Sicuramente l'ipotesi è semplicistica, tagliando con l'accetta i conti ed omettendono molti, ed ovviamente trascura il fatto che le cose, di anno in anno, potrebbero non andar bene come preventivato, ovvero trascura il famoso rischio d'impresa: un'alluvione, per esempio, oppure anche solo una stagione malsana come il 2014.

 

Non può essere trascurata affatto l'estrema complicazione data dal dover coordinare in maniera umanamente accettabile una quantità di persone del genere, da motivare tra l'altro prima adeguatamente, evitando situazioni sgradevoli di imposizioni da parte di una leadership de facto come il gruppo fondativo, situazioni che poi potrebbero causare problemi a non finire e pregiudicare la tenuta stessa della cooperativa nonché, peggio ancora, il proseguimento del percorso verso quel faro distante che è l'autonomia.

 

Ed infatti il problema peggiore in assoluto sarebbe proprio questo: in una situazione del genere, come riuscire a mantenere l'equilibrio, senza farsi travolgere magari da logiche affaristiche che, nonostante le apparenze, gran poco hanno a che fare con il tema dell'autonomia e anzi la pregiudicherebbero pericolamente? Ci vorrebbero sicuramente un grande equilibrio ed una grande convinzione per riuscire a mantenere la rotta!

 

Entrare nell'ottica giusta

 

La questione di fondo è che in realtà ci si può anche complicare meno la vita, oppure ce la si può complicare di più: ed a volte ciò avviene contemporaneamente.

Semplificarsi la vita riducendo i costi da sobbarcarsi inizialmente, suddividendoli in un gran numero di persone, infatti, porta per l'appunto l'onere potenzialmente insostenibile di armonizzazione di tali persone, tra l'altro portatrici di finalità diverse.

 

La risposta, quindi, qual è? Come anticipato, per il gruppo fondatore che ambisce a raggiungere l'autonomia personale all'interno di una (piccola) comunità: equilibrio e convinzione!

 

Comunque, rispetto all'ipotesi fatta le cose possono sicuramente cambiare: anziché ottanta soci, questi possono essere venti; oppure i fondatori possono contribuire con una quota maggiore ed avere parallelamente una comunità più ampia, magari duecento soci, che li supportano secondo gli schemi riportati; oppure i soci fondatori sono sedici, per mezzo ettaro a testa ritenuto comunque transitoriamente accettabile; oppure si può anche accettare un ulteriore compromesso, quello con i finanziamenti istituzionali; o, magari, altre soluzioni inaspettate.

 

Inoltre ho trascurato apposta tutto un insieme di altre attività: cosa succede se la cooperativa s'impegna bene nella trasformazione dei prodotti agricoli - cosa che, come mi si dice, è ormai essenziale -? e se il terreno fosse arricchito da un grande casolare, vi si potrebbero sperimentare esperienze di coabitazione piuttosto che dar presenza ad altri progetti? quanto potrebbero cambiare le carte in tavola?

 

illusione otticaIl fatto è che, di riffe o di raffe, bisognerebbe riuscire ad entrare nell'ottica che, nonostante un problema possa sembrare all'inizio insormontabile per la sua grandezza, si possono studiare modi per superarlo, per aggirarlo, per minarlo alla base e farlo crollare... specialmente se tutto ciò avviene insieme ad altre persone, in gruppo, ognuna in grado di apportare elementi preziosi, punti di vista diversi, stimoli e neuroni in più per una crescita quasi esponenziale e non banalmente lineare delle capacità complessive.

A volte, è vero, potrebbe anche capitare di NON trovare alcun modo per affrontare un problema gigantesco: tuttavia la mia impressione fortissima (e comprovata dai fatti, dalla mia esperienza personale) è che il primo e principale limite alla risoluzione dei problemi sia... l'incapacità delle persone a pensare d'essere in grado di risolvere problemi, collaborando nel modo giusto con le persone giuste! Per quanto sia pienamente legittimo provare timore prima del primo passo di un cammino lungo, che so, centinaiai di chilometri, a fermarci prima ancora di cominciare siamo di solito noi stessi, con le nostre paure che spesso, una volta compiuto questo primo passo, si ridimensionano abbondantemente.

 

Sì, ma in sostanza... perché essere autonomi?

 

Non è compito mio provare a spiegare perché ognuno dovrebbe desiderare d'essere autonomo: io, al più, potrei parlare per me stesso; le altre persone (compreso tu che stai leggendo, forse, se sei arrivato fin quaggiù) han da trovare la risposta dentro di sé, nella propria vita personale, nell'osservazione di ciò che li circonda, ecc. ecc. ecc.

 

Casomai potrei dire perché io vorrei che ognuno fosse autonomo e qui, bè, la risposta è chiara e semplice e forte.

 

Perché un mondo in cui ognuno fosse in grado d'essere autonomo, di governarsi da sé, permetterebbe a me di esserlo, finalmente e totalmente e stabilmente.

 

Quali passi fare, allora?

 

Dal mio punto di vista, niente più che sommare un piccolo passo alla volta, sapendo però dove andare e, nel tempo, di ricercare compagni di viaggio altrettanto disponibili a compiere piccoli passi verso una meta condivisa.Lungo, difficile, selvaggio cammino

 

Quindi, ricapitolando, se l'obiettivo è l'avvicinarsi progressivo all'autonomia vera e duratura, ciò dovrebbe avvenire iniziando dalla ricerca dell'autosufficienza alimentare permanente con l'acquisto di un terreno sufficientemente ampio da consentire che questo avvenga per un gruppo di persone abbastanza ampio da essere resiliente, attivando mutui appoggi reciprochi e dinamiche relazionali complesse.

 

Nel mezzo... la fantasia è al potere! E siamo noi stessi i primi a soffocarla per le nostre paure, azzerando le possibilità di farcela.